Art. 21-bis? Siamo proprio sicuri?

Ieri, nell’ambito dell’Internet Governance Italia, il prof. Rodotà ha presentato una proposta di riforma dell’art. 21 della Costituzione.

Faccio due premesse.

1) Stefano Rodotà è il mio modello ideale di giurista. Ha anticipato di trent’anni quello che sarebbe successo. Provate a leggere “II terribile diritto” o “Il problema della responsabilità civile” (io l’ho letto credo 6-7 volte e, durante il dottorato, riuscivo a citarne a memoria interi brani…il miglior libro degli anni sessanta sulla r.c. insieme a quell’altro capolavoro visionario-giuridico che è “Rischio e responsabilità oggettiva”. Entrambi i libri sono citati nella nota 1 dell’edizione italiana di quell’ulteriore caposaldodel pensiero giuridico, che dovrebbe essere un passaggio obbligato per tutti gli studenti di giurisprudenza, che è “The costs of accidents” di Guido Calabresi). Insomma, Rodotà è il mio mito assoluto: essendo un adolescente vecchio, è anche uno dei miei “like” su Facebook, insieme a personaggi del calibro di Remo Remotti, Mario Brega, Lavezzi e – l’oramai compianto – Enrico Pallazzo.

2) Non ero presente all’IGF, quindi so solo quello che ho letto sui giornali e sui siti. A proposito di siti e blog: perché i giornalisti non fanno i giornalisti; gli imprenditori, gli imprenditori; i panettieri, i panettieri, e così via discorrendo? Perché quando si parla di diritto ed internet tutti si sentono legittimati ad esprimere opinioni? Tanto di cappello, allora, a Stefano Quintarelli, che si è limitato a scrivere: “non sono un costituzionalista e non posso fare altro che fidarmi del prof. Rodotà che avrà certamente valutato che la formulazione attuale della costituzione non sia sufficiente. certo fa piacere vedere attenzione positiva ad internet, soprattutto da parte di questo ragazzino 77enne…”.

Il testo della proposta è il seguente: “Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale”.

Alcuni hanno aderito alla proposta, altri l’hanno criticata. Assolutamente insignificanti i commenti dal mondo politico, che hanno tirato in ballo il software libero, il decreto Pisanu e altre cose che c’entrano, a mio modesto avviso, ben poco. Signori, stiamo parlando della Costituzione, non di un decreto ministeriale!

Neanche io sono un costituzionalista, ma la proposta mi lascia perplesso.

Sono sicuramente contrario all’introduzione di un articolo –bis all’interno di una Carta costituzionale; l’idea del –bis, lo dico onestamente, mi fa accapponare la pelle.

Al più, come da tempo sostiene la dottrina più attenta (penso, per tutti, a Zeno-Zencovich e ad un suo bel pamphlet, che un tempo facevo leggere ai miei studenti come parte speciale), dovremmo ragionare sulla riformulazione dell’art. 21 cost.

Un articolo vecchio, pensato in un’epoca e per un’epoca diversa: basti pensare alla norma sul sequestro degli stampati o sulla censura, che risentono indiscutibilmente del contesto storico e costituiscono una reazione alle distorsioni del regime fascista.

Insomma, non aggiungiamo nulla all’art. 21, ma cambiamolo. Ne avrebbe bisogno, ne avremmo bisogno.

Ricordo che un paio di anni fa, Rodotà, in un bellissimo seminario molto intimo (eravamo una trentina di persone), invitò ad una nuova lettura del comma 2 dell’art. 42 cost., dove si afferma “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”. Il maestro Rodotà aveva esortato i presenti a ragionare sulla necessità di rendere accessibile a tutti la proprietà, in tutte le sue sfaccettature, che dovrebbe abbracciare non solo la proprietà terriera (che era nella mente del Costituente del 1947), ma anche la proprietà intellettuale, i brevetti, internet e così via discorrendo.

Insomma, sanciamo pure il diritto di accesso e proviamo ad abolire – anche costituzionalmente – il digital divide, ma facciamo attenzione a non imbrigliare internet.

Bisogna affermare principi che governano la comunicazione e l’informazione, non disciplinare costituzionalmente i mezzi di comunicazione (come nel primo emendamento della Costituzione americana). Il rischio, a mio avviso, è che tra cinquant’anni si possano incontrare gli stessi dubbi che oggi avvolgono l’art. 21.

Consigli di lettura: in una città sommersa dalla neve, ho iniziato a leggere La vita oscena di Aldo Nove. Durissimo e bellissimo, e Nove è uno scrittore eccezionale.

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WikiLeaks e le facce-ciccione

Sermone del mattino. Amici e meno amici, diffidate di quelli che vi dicono sempre quanto sono impegnati. Le idee nascono dall’ozio, dalla noia. Alan Partridge, cantante degli XTC (uno dei miei gruppi preferiti, ndr), una volta dichiarò che le canzoni gli uscivano fuori quando portava il cane a spasso la mattina. Ezra  Pound ha scritto una bellissima poesia, nella quale ha spiegato che nessun Michelangelo è mai stato creato col fiato sul collo degli strozzini. Diffidate, quindi, dei super impegnati, e forse anche di me, perché non hanno tempo per partorire buone idee.

È nata la nuova IMAIE. Auguri a quelli che la guideranno; ricordo agli amici musicisti che hanno ancora diritto ad ottenere il 70% dei diritti maturati negli ultimi anni.

Auguri anche a Paolo Marzano, che non conosco personalmente, che è stato nominato dal ministro Bondi a capo del Comitato consultivo permanente per il diritto d’autore. Ho letto, a proposito di questa nomina, un post livoroso/rosicone di un altro avvocato, che evidenziava la mancanza, da parte del nuovo presidente, di titoli accademici adeguati al ruolo e la sua “connivenza” con i titolari dei diritti. Da accademico, devo dire che il non esserlo, ma avere esperienza nel settore, è probabilmente meglio. Quanto alla seconda critica, in tutta sincerità non mi attendevo che quella posizione potesse toccare in sorte ad un rappresentante dei consumatori o dei “pirati”, quindi non ci vedo nulla di così scandaloso o, quanto meno, di così sorprendente.

WikiLeaks ha pubblicato 250.000 telegrammi diplomatici. L’eccesso di informazione è nocivo per l’informazione stessa, ma il punto è un altro. Abbiamo davvero il diritto di accedere a tutte le informazioni? Sì, siamo nell’era dell’accesso e tutto quello che vi pare, ma a cosa porta tutto ciò? Probabilmente non siamo al cospetto di una nuova forma di terrorismo, come enfaticamente ha detto il ministro Frattini (certo, non è piacevole essere etichettati come portavoce di Putin…); ma Frattini non è forse il miglior esperto di comunicazione, se è vero che del suo fidanzamento (parola orrenda associata ad un ultracinquantenne) ne fummo informati con una conferenza stampa.

Però, Frattini o non Frattini, è un tema del quale si dovrebbe discutere, e seriamente. Facile, troppo facile, appellarsi al diritto dei cittadini di sapere. È davvero un diritto illimitato? Parliamone.

In questi giorni, si svolge una manifestazione, patrocinata dal CNR (se ricordo bene), nella quale si discuterà di internet governante. Premetto che il tema mi interessa pochissimo e lo trovo di una noia mortale (e, soprattutto, si corre il fortissimo rischio di incontrare i gurudistaminchia del mondo di internet); tuttavia, l’amico Guido Scorza modererà una sessione sull’accesso all’informazione, che dovrebbe offrire degli utili spunti di riflessione.

Sempre a proposito di informazione, ho scaricato alcune nuove apps per il mio iPhone. Naturalmente, quelle più usate restano Voice effects – che vi fa parlare come marzianetti, mostri o al contrario, stile disco dei Black Sabbath –, slishotcowboy – giochino nel quale prendi a fiondate le mucche, con buona pace degli animalisti – e ovviamente FatBooth per fare le facce-ciccione (nella top list però inserirei anche le imperdibili MooBox con il verso del pandino in calore, e FlightControl, di cui mia moglie Adriana è campionessa intercontinentale). Accanto a queste apps imperdibili per chi fa l’avvocato/professore universitario, ho scaricato quella dell’Economist (che vi offre una selezione degli articoli in edicola: ho letto stamattina un articolo sulla tv in Cina ed un altro sullo spam) e, soprattutto, quella di Le Monde, che è sensazionale. I giornali italiani avrebbero molto da imparare, a mio modesto avviso (a proposito: WikiLeaks ha scelto cinque giornali cui affidare le informazioni di cui è entrata in possesso. C’è El Pais, ma non ci sono giornali italiani, il che la dice lunga sulla qualità dell’informazione nel nostro Paese).

Tre cose che c’entrano poco con internet, copyright, ecc.ecc.

In questi giorni impazza la protesta universitaria. La riforma Gelmini è l’ennesima vergogna e porta il nome di una persona che di università non sa nulla.

Se io fossi l’imperatore del mondo (posto già occupato da  un mio concittadino che sostiene di essere  il figlio di JFK e della regina Elisabetta), avrei alcuni punti di partenza per una riforma dell’università:

a)      radere al suolo le università telematiche, avendo cura di non avvisare – prima del bombardamento – rettorini e professorini che ne fanno parte;

b)      prevedere un elenco delle pubblicazioni di serie a e di quelle di serie b. Far fare l’elenco ad un marziano, possibilmente. Evitare che un saggio pubblicato sulla Rivista giuridica del Molise e del Sannio (con tutto il rispetto per i molisani, i sanniti e chi dirige e coordina la rivista) possa avere lo stesso valore di un saggio pubblicato sull’Harvard Law Review;

c)       prevede, obbligatoriamente, che tutti gli studiosi debbano trascorrere, periodicamente, un po’ di tempo all’estero e debbano provare a diffondere le proprie idee oltre Appennini e Alpi;

d)      prendere i tecnici-laureati che sono diventati ricercatori con una ope legis (e che adesso pretendono di diventare associati con un’altra ope legis) e falli ritornare a fare i tecnici laureati;

e)      abolire il valore legale del titolo di studio e far capire che laurearsi all’università telematica “Giovanni Maria Riccio imperatore e sovrano dell’Universo” non è la stessa cosa che laurearsi alla Statale (ma, purtroppo, per fare questo bisognerebbe distruggere l’Italia e tutti gli italiani e ricominciare da zero…).

Il 23 è stato l’anniversario del terremoto in Irpinia. Io lo ricordo nitidamente, sebbene fossi un bambino. E ho sempre pensato che gli spartiacque della mia generazione siano questo e, per chi non è campano/lucano, la vittoria ai mondiali dell’82. Chi non ricorda questi eventi, appartiene ad un altro mondo.

A proposito di persone appartenenti ad un altro mondo. Oggi è il compleanno della persona più importante della mia vita. Sono 4, auguri Ciuci.

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TGIF

TGIF, grazie a Dio è venerdì. Lavorerò anche nel week end, scontando un lunedì e un martedì di quasi vacanza. E poi Dio non esiste più. Non so se sia mai esistito, ma so che non esiste più. Sostituito, oramai, dall’insoddisfazione perenne, dalla voglia di guadagni. C’è una cosa bellissima che dice il nonno di Charlie – il bambino del film di Willie Wonka – al nipotino che non vuole utilizzare il soldo che gli è stato regalato per comprare un’altra tavoletta di cioccolato: nel mondo ci sono tanti soldi, stampati gli uni uguali agli altri. Charlie, accattati la tavoletta di cioccolato, sogna e non pensare ai soldi. Rassegnatevi: i soldi non servono a nulla. Forse garantiscono tranquillità, ma accrescono i desideri e i desideri fanno perdere la tranquillità e portano con sé la necessità di nuovi soldi. Dio non esiste più, sostituito dal nulla assoluto.

Basta con i sermoni, parliamo di un po’ di cose fatte.

Ieri mattina sono stato ad un incontro con Matt Sucherman, deputy general counsel di Google. Interessante, pur nella sua genericità. Però molti complimenti – e ringraziamenti per avermi invitato – ad Alberto Mingardi ed alla Fondazione Bruno Leoni, che organizza tante e belle cose.

Ieri pomeriggio ho preso un caffè (lui, un the io) con Peter Kruger. Peter è l’ex amministratore delegato di Terra ed ha creato su Facebook un gruppo molto interessante che si chiama “internettari” e che raccoglie persone che lavorano nel mondo di internet (o che si occupano di esso). Abbiamo chiacchierato un po’ delle nostre rispettive esperienze professionali e della necessità di fare qualcosa per questo Paese. Di quanto investire in internet potrebbe portare a questo fetido Paese. Sia chiaro: non si tratta solo (e tanto) di chiedere soldi allo Stato. Anzi, a mio avviso, occorre uscire dalla spirale della necessità di chiedere finanziamenti sempre e comunque. Al contrario, servono idee e principi. Principi (pochi), idee (tante) che partano dal basso, dalle persone che lavorano in questo settore.

Certo, serve uno sforzo notevole e superare gli steccati. Troppe persone che lavorano in questo ambito si sono autoeletti guru. Loro sanno tutto – economia, diritto, sociologia, il loro sapere è infinito – e accettano mal volentieri di dialogare. Pessimo punto di partenza: non servono santoni, rompipalle che ci insegnano da quanti anni lavorano in internet.

Io sono stato il primo a scrivere in Italia (e, per quanto ne so, in Europa) un libro sulle responsabilità giuridiche in internet. Ma non mi reputo un onnisciente e tanto meno un guru. L’ho fatto per primo, ma forse chi è venuto dopo lo ha fatto meglio. Ho esperienza e conosco un po’ questo mondo, ma mi guardo bene da dare lezioni. Al massimo suggerimenti, al massimo proposte.

Quindi, con Peter si è discusso di questo. Creare un nucleo di persone che vogliano dare una scossa, dire qualcosa di innovativo, di rottura.

Peter, provocatoriamente, mi diceva: voi giuristi dovreste battervi perché non si applichino alcuni regole agli start-uppers. Proposta provocatoria, ma interessante. E c’è un esempio interessante. Linnea Passaler ha creato un sito – che riprende alcune idee già sviluppate all’estero – che si chiama Pazienti.org. Lo scopo del sito è quello di raccogliere feedback (positivi, ma soprattutto negativi) su ospedali e istituti di cura italiani. Insieme con Guido Scorza le sto dando una mano a risolvere i tanti (troppi?) problemi giuridici. Linnea è brava e determinata e andrà avanti comunque. Ma bisogna fare attenzione a che le regole giuridiche non blocchino l’innovazione.

In questo senso, complimenti all’AGCom che – nella scia inevitabile del decreto Romani – ha dettato una serie di regole decisamente penalizzanti per le web-tv. Spero di riuscire ad organizzare un seminario a Salerno sulle web-tv nei prossimi mesi, speriamo di capirci qualcosa in più.

Poi c’è questa orrenda bozza di regolamento – sempre AGCom – di cui hanno parlato Guido e Alessandro Longo su Wired. Io attendo a commentarla, perché mi sembra che, talvolta, i commenti istantanei facciano molta confusione. Non sono un giornalista, non è mia intenzione diventarlo.

Consigli di lettura. Ho visto un manuale (l’ennesimo?) di diritto della comunicazione. Non mi è piaciuto. Scritto da una pubblicista, cita solo i pubblicisti. Quando finirà in Italia quest’assurda logica di leggere solo i compagnelli del proprio settore disciplinare? Come molti sanno, il mio settore di origine (diritto privato comparato) è stato accorpato a pubblico comparato. Hurrà! Ne sono felicissimo, perché il confronto è arricchimento.

Poi un altro consiglio di lettura. Sto leggendo La trasformazione del diritto americano di Horwitz. Ne avevo letto alcune parti anni fa, quando avevo fatto il corso di diritto anglo-americano. Un’introduzione molto interessante per capire la dottrina americana (e anche l’introduzione al libro, di Maria Rosaria Ferrarese, merita). Consigliato davvero a tutti, anche ai giuristi fighetti, novelli Alberto Sordi del diritto moderno, che, su sei parole, ne mettono 3 in inglese, di cui in genere ignorano il significato.

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La fine di Street View?

Il Garante per la privacy si è pronunciato
sulla liceità di Google Street View, ossia sulle macchinette di
Google che girano per le città – in Italia, come nel mondo –
riprendendo immagini di strade e palazzi. Ovviamente, nelle
riprese, vengono catturate anche persone, autovetture e tutto ciò
che, generalmente, si può incontrare per strada.

I volti delle persone sono resi irriconoscibili;
resta, però, riconoscibile tutto il resto. Immaginate che io abbia
un completo piuttosto particolare: nulla alla Elton John, niente
paillettes, ma qualcosa di facilmente riconoscibile. Per esempio,
io ho un vestito celeste così e generalmente lo abbino con una
camicia bianca e una cravatta di maglina rossa o con una blu.
L’abbinamento è standard e mia moglie lo conosce. Immaginate,
ancora, che la macchinetta di Google mi fotografi mentre sono al
bar accanto al mio studio e che, accanto a me, sia ritratta una
bella signorina, il cui volto non si vede, ma di cui si intuiscono
le belle forme. Immaginate ancora che mia moglie, che conosce i
miei abbinamenti, ma non le possibili donne che incontro al bar (e
con le quali non mi abbino, lo dico subito a scanso di equivoci) e
mi chieda chi sia la signorina in questione. Immaginate il mio
imbarazzo, non avendo io clienti particolarmente avvenenti (nessuna
se ne abbia a male, se pure lo pensassi, non lo ammetterei mai
pubblicamente).

È un esempio sciocco, ma rende
l’idea. Immaginate cosa accada a quel tipo, la cui macchina è
parcheggiata, guarda caso, proprio sotto l’abitazione di quella che
la moglie reputa essere la sua amante. Potrebbe essere un caso, ma
in genere le moglie (ed anche i mariti) non credono molto alle
bizzarrie del caso. Immaginate tutto questo. E immaginate le
conseguenze.

Il provvedimento del Garante sul
caso Street View era nell’aria, era qualcosa che tutti ci
aspettavamo (io, per la verità, sapevo già che il Garante ci stava
lavorando e ne avevo parlato anche con alcuni amici di Google).
Peraltro, questo provvedimento segue un recentissimo provvedimento
dell’omonima autorità tedesca, che ha bacchettato non poco Mr. G.

Provvedimenti interessanti, perché pongono il
problema dei limiti nell’individuazione della nozione di dato
personale. Il D. Lgs. 196/2003 (meglio noto come Codice della
privacy) stabilisce che il dato personale è “qualunque informazione
relativa a persona fisica, persona giuridica, ente od associazione,
identificati o identificabili, anche indirettamente, mediante
riferimento a qualsiasi altra informazione, ivi compreso un numero
di identificazione personale”.

Del resto, la
nozione di dato personale era già stata ampliata – in maniera
eccessiva a giudizio di alcuni – facendovi rientrare, ad esempio,
l’indirizzo IP dei computer (nell’ormai celebre caso Peppermint) e
la targa di un’autovettura, in un provvedimento che aveva
interessato i clienti delle prostitute, le cui autovetture erano
riprese in alcuni servizi televisivi (anche qui, prova poi a
spiegare ad una moglie che ti eri fermato in quel posto isolato per
chiedere un’informazione e che l’unica persona che avevi incontrato
era quella signorina poco vestita…).

Potrebbe
però osservarsi che la giurisprudenza ha da sempre sostenuto che
riprendere una persona in un luogo pubblico sia lecito, salvo che
ciò costituisca un’offesa della sua reputazione (ricordo un
bellissimo caso degli anni ottanta, in cui la Cassazione decretò
l’illegittimità dell’utilizzo, in una sigla televisiva della
fotografia di un tifoso allo stadio, colto in un momento di grande
apprensione). Dicevo, la giurisprudenza ha sempre ritenuto che la
pubblicazione di immagini riprese in luoghi pubblici sia ammessa
(mi permetto di rinviare ad un mio vecchio articolo sugli MMS,
pubblicato nel 2002 o nel 2003 sul Corriere giuridico, per
ulteriori approfondimenti sul punto). Ed, infatti, in un passaggio
del provvedimento si legge che “non è necessario acquisire il
consenso degli interessati quando la ripresa fotografica avviene in
luogo pubblico, salve le limitazioni previste dalla legge, quali,
ad esempio, il divieto di diffusione di fotografie quando ciò
comporti pregiudizio all’onore, alla reputazione, al decoro della
persona ripresa”.

In realtà, il Garante non ha
detto che l’attività di Street View sia tout court illecita. Ha
stabilito esclusivamente che debbano essere fornite alcune
informazioni ai cittadini: ad esempio, in quali giorni passeranno
le auto di Google, in quali strade. Il Garante ammette altresì che
l’informativa non possa essere fornita singolarmente ad ogni
soggetto, ma stabilisce una serie di misure che devono essere
rispettate. Dovrà essere pubblicato sulla pagina di cronaca locale
di almeno due quotidiani, un avviso che informi sui luoghi in cui
circoleranno le vetture; la medesima informazione deve essere
fornita anche per mezzo della radio. Le Google cars, poi, dovranno
contenere “cartelli o adesivi ben visibili che indichino, in modo
inequivocabile, che si stanno acquisendo immagini fotografiche
istantanee oggetto di pubblicazione online
mediante il servizio Street
View.

Probabilmente, però,
il maggior problema per Google è un altro (forse passato un po’
sotto silenzio). Il Garante ritiene che alla fattispecie si
applichi la legge italiana, dal momento che il trattamento è
effettuato nel territorio italiano, in applicazione del secondo
comma dell’art. 5 del Codice privacy che stabilisce che “Il
presente codice si applica anche al trattamento di dati personali
effettuato da chiunque e’ stabilito nel territorio di un Paese non
appartenente all’Unione europea e impiega, per il trattamento,
strumenti situati nel territorio dello Stato anche diversi da
quelli elettronici”.

Per questo motivo, il
Garante ha chiesto a Google di “designare un proprio rappresentante
stabilito nel territorio dello Stato”. Quanto quest’obbligo
inciderà sul profilo dello stabilimento della società, che non
pochi problemi ha fatto sorgere in passato (anche nel caso
Vividown)?

Parliamo due minuti di me. È stata
respinta una mia application per un’università straniera,
application alla quale tenevo molto. Peccato, ma ci riproverò.
Altre grandi novità non ce ne sono. Sto concludendo un accordo con
un’università di Istanbul, che è una delle mie città preferite. E,
soprattutto, me ne sono stato buono buonino per un po’ a casa.
Bellissimo!

Un’ultima cosa. Devo fare gli auguri
ad una persona, che compie gli anni. Cifra tonda, auguri Diego!

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Equo compenso e Corte di Giustizia

La Corte di Giustizia si è pronunciata oggi, con una decisione attesa, ma nondimeno interessante, sugli incerti confini dell’equo compenso.

Proviamo a capire, preliminarmente, cos’è l’equo compenso e quali sono le sue ragioni giustificative. L’equo compenso è, per l’appunto, un compenso che si paga nel caso di acquisto di un’apparecchiatura che può essere destinata alla riproduzione e consiste in una sorta di sovraprezzo sul bene stesso.

Faccio un esempio, per essere più chiaro. Acquisto un iPhone (oramai il mio giocattolo preferito, una specie di prolungamento del mio braccio…). L’iPhone, tra le varie cose che fa, può anche contenere file musicali. È difficile determinare se questi file siano scaricati lecitamente o illecitamente e, quindi, il legislatore prevede che ci sia un sovraprezzo sull’iPhone, che verrà assegnato alle collecting societies (alla SIAE, per intenderci) e poi distribuito tra gli autori.

Non scendo nel dettaglio delle ripartizioni dei proventi derivanti dall’equo compenso, perché rischierei di aggrovigliarmi in un ginepraio.

Piuttosto, mi sembrano interessanti due aspetti.

Il primo. L’equo compenso è previsto dalla direttiva 2001/29/CE, la quale prevede che gli Stati membri siano liberi di prevedere, per legge, questo compenso. Per esempio, in Inghilterra l’equo compenso non è previsto, mentre è previsto in Italia ed in Spagna.

Secondo aspetto interessante. In Italia, ma similmente in Spagna, l’equo compenso colpisce qualsiasi supporto astrattamente idoneo ad immagazzinare contenuti coperti dal diritto d’autore: peraltro, il decreto Bondi dell’anno scorso, approvato mentre la maggior parte di noi erano intenti a mangiare il pandoro e a scartare i regali di Natale, allarga a dismisura la panoplia dei beni per i quali è dovuto questo compenso.

In questo scenario, che ho dettagliato per grandi linee, interviene la Corte di Giustizia.

Eviterò di entrare nel tecnicismo, per non annoiare i non giuristi: mi limito, quindi, a riportare i passaggi essenziali della decisione.

In primo luogo, la sentenza afferma che la nozione di «equo compenso», di cui all’art. 5, n. 2, lett. b), della direttiva 2001/29, è una nozione autonoma del diritto dell’Unione e deve essere interpretata in modo uniforme in tutti gli Stati membri.

In secondo luogo, l’equo compenso è volto ad indennizzare «adeguatamente» gli autori per l’uso delle loro opere protette effettuato senza autorizzazione. La nozione di indennizzo, però, impone sussista un pregiudizio per i titolari dei diritti, di un pregiudizio.

E qui viene la parte, a mio avviso, interessante. Il pregiudizio è ipotizzabile nel caso di una persona fisica che agisca a titolo privato: in teoria pagano i produttori dei supporti, ma, in pratica, si tratta di un costo che si riverbera sul prezzo finale praticato ai consumatori.

La medesima regola, però, non vale nel caso in cui acquirente dei prodotti e delle apparecchiature di riproduzione sia un soggetto che non realizza copie private: si pensi, ad esempio, ad un professionista che acquista uno stock di cd-rom per inserirvi propri contenuti. In altri termini, riprendendo le parole della Corte, “è necessario un collegamento tra l’applicazione del prelievo destinato a finanziare l’equo compenso con riguardo alle apparecchiature, ai dispositivi nonché ai supporti di riproduzione digitale ed il presunto uso di questi ultimi a fini di riproduzione privata”. E, quindi, “l’applicazione indiscriminata del prelievo per copie private, segnatamente nei confronti di apparecchiature, dispositivi nonché di supporti di riproduzione digitale non messi a disposizione di utenti privati e manifestamente riservati ad usi diversi dalla realizzazione di copie ad uso privato, non risulta conforme con la direttiva 2001/29”.

La patata bollente, a questo punto, si sposta sui giudici nazionali. Possono gli utenti finali, che non hanno realizzato copie private, chiedere la restituzione delle somme pagate?

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E finalmente…

…la Commissione europea decise di pubblicare il report al quale, insieme ad altri tre colleghi (Gerald Spindler, Thibault Verbiest e Aurelie Van der Perre) scrissi nel lontano 2007. La documentazione la trovate qua, in fondo alla pagina (Study on the Liability of Internet Intermediaries).

Forse si tratta oramai di una documentazione di archeologia giuridica, ma penso che almeno la lettura del final report possa tornare utile, almeno per individuare alcuni principi cardine che, a mio avviso, valevano allora e valgono ancora oggi.

Ammetto che mi fa un po’ effetto rileggere adesso quello che scrivevo. Tante cose sono cambiate e, confesso candidamente, su alcuni punti modificherei il tiro. Ribadisco: i principi sono e dovrebbero rimanere quelli. Probabilmente andrebbe ampliata la parte sui social network e sul web 2.0, ma bisogna anche considerare che parliamo di tre anni fa, quando la maggior parte di noi non aveva neanche un profilo su Facebook, MySpace o Twitter. Un altro mondo, un’altra era, sebbene siano passati appena tre anni.

Eppure, se provate a rifletterci, la vita di ognuno è cambiata sensibilmente negli ultimi tre anni. Mia figlia, tre anni fa, parlava, ma non articolava frasi. Oggi è capace di usare il condizionale e il congiuntivo (scusate la parentesi biografica. L’altro giorno, dopo un rimbrotto, ha detto: “se avessi una casa tutta mia, potrei fare quello che voglio!”).

Ecco, il mondo è cambiato e non solo il mio. È cambiata internet. Sono cambiati i modelli di business che ne sono alla base. E, soprattutto, la Commissione sta già lavorando ad un nuovo report. Resta solo l’amaro in bocca per vedere on-line, con tanto ritardo, un documento che avrebbe potuto essere molto più utile. Ad ogni modo, ringrazio adesso, per allora, tutti coloro che, con il loro prezioso aiuto, contribuirono a fornirci informazioni, ad arricchire il nostro lavoro e, per quello che mi riguarda, a farmi capire un po’ meglio come funziona(va) l’economia di internet.

Parliamo del futuro. Sto iniziando a lavorare alla messa a punto del sito di un laboratorio creato dal mio dipartimento. Si chiama In.Di.Co. (informazione, diritto, comunicazione) ed è uno spazio (aperto) per tutti coloro che volessero fare ricerca o semplicemente aprire tavoli di discussione, su queste tematiche. Inutile dire che siete tutti invitati a fare proposte, a suggerire temi di incontro, conferenze, seminari e quello che vi pare. Il mio indirizzo di posta elettronica è sempre lo stesso.

Per il resto, poche novità di rilievo. Ho fatto un’application per un’università straniera, molto straniera. Ci sono un paio di cose già pendenti, ma se va in porto questa, mollo tutto. Non ne parlo per scaramanzia, da bravo napoletano.

È uscito un libro molto interessante sulla storia del copyright, curato da Lionel Bentley. Lionel, oltre ad essere l’autore del casebook sul copyright più utilizzato in Gran Bretagna (io lo usi quando ero a Birbeck per preparare le mie lezioni, un utilizzo quasi ai confini del plagio), è un grande tifoso dell’Arsenal. Ricordo che quando ci siamo conosciuti, invitò me e un’altra collega al Sardo a Camden. La motivazione fu molto semplice, ma geniale, se si pensa che si trattava di un pranzo tra quasi sconosciuti: è sabato e io il sabato vengo a Londra per vedere l’Arsenal. Quindi, se vuoi incontrarmi, dobbiamo necessariamente fissare un appuntamento nella zona nord di Londra, perché dopo devo andare allo stadio. Non so quanti professori o intellettuali italiani avrebbero menzionato una ragione simile. Io, da supertifoso del Napoli, apprezzai ovviamente molto. Grande personaggio Bentley, davvero una persona splendida.

Segnalo anche un caso canadese sullo spamming via Facebook, nel quale lo spammer è stato condannato al pagamento di una multa altissima (Facebook v. Guerbez).

Adesso vado. È molto presto o molto tardi. Dipende in quale parte del mondo vi trovate.

Consigli di lettura: ovviamente il mio/nostro report pubblicato dalla Commissione europea. Ho letto poi un libretto che parla del primo scudetto del Napoli (oggi sono monotematico, si vede che sento la vigilia di Napoli Liverpool): si chiama Ti racconto il dieci maggio. Lo si legge rapidamente, sono una cinquantina di pagine. Ma è un libro divertente e delicato. Ed è ovviamente un passaggio obbligato per tutti quelli che possono dire: io quel giorno c’ero (io c’ero e ricordo che mi venne la febbre. Ero alle scuole medie ed il Napoli era la cosa più importante che avessi. Inutile dire che la febbre mi passò al novantesimo…).

 

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Vi racconto una storia…

Pontecagnano è una cittadina alle porte di Salerno. Non si può dire che sia una ridente cittadina, perché è un groviglio di case, capannoni industriali, Carrefour, Lidl e, di tanto in tanto, terreni agricoli. Pontecagnano è uno dei posti in Italia con la maggiore percentuale di tumori. Tumori che colpiscono tutti, anziani e giovani, fumatori e non fumatori. Pontecagnano è la città più vicina all’inceneritore di Sardone.
La puzza dei materiali che bruciano la senti da lontano, da quel pezzo della Salerno-Reggio Calabria che costeggia questo paesone di quasi trentamila abitanti.

Succede che un giorno alcuni ragazzi, tutti under quaranta (quindi giovanissimi, per i parametri italici), si mettono insieme e creano un’associazione che si chiama “Pontecagnano capitale dei tumori”. Un’associazione che ha anche un sito internet, al momento chiuso per i motivi che capirete a breve. E un gruppo su Facebook, che da ieri sera non esiste più.

Un gruppo che aveva raccolto in pochissimi giorni migliaia di simpatizzanti, tanto da meritare l’interessamento della stampa locale. Un gruppo che, come il sito, era ben fatto, offriva informazioni sulle attività del gruppo e, soprattutto, notizie sull’inceneritore (notizie che troppo spesso non circolano nel mainstream).

Accade che Facebook chiude questo gruppo. Senza una spiegazione, senza una mail inviata agli amministratori. Lo chiude e basta, come si fa nelle peggiori dittature quando si chiude un giornale.

Eppure su Facebook potete dilettarvi nella ricerca di gruppi “particolari”. Io ne ho trovato uno che si chiama O SA MIR ME QEN SHQIPTAR (sottotitolo, che mi ha fatto intuire il topic del gruppo: fuck Greece and Serbia) sul cui wall svetta un recente commento dell’amministratore: “We are Ottoman! greek and serbian bitches! The Turks will come back and motherfucker!”. Come dire: un bell’invito all’integrazione e all’amore tra i popoli.

Questo gruppo resta, ma sparisce un gruppo che si oppone ad un inceneritore con toni garbati e che prova ad offrire informazioni ai cittadini. L’informazione dal basso, direbbe qualche guru di internet.

Sarebbe interessante capire quali sono i criteri che Facebook utilizza per chiudere i gruppi. Sarebbe interessante, non perché Facebook non sia libero di fare quello che vuole. È una società privata, gestisce un social network ed è liberissima di scegliere quali sono i contenuti che vuole veicolare e su quali, invece, vuole fare ostracismo.

Però sarebbe interessante capire. Capire quante segnalazioni occorre fare per chiudere un gruppo o il profilo di un utente (negli Stati Uniti c’è già stato un interessante caso giudiziario per chiusura di un profilo). Capire che tipo di segnalazioni portino a questo.

C’è un controllo sui contenuti di queste segnalazioni? Sicuramente non c’è un meccanismo di notice and take-down e sicuramente gli utenti o i gestori dei gruppi segnalati non hanno alcuna possibilità di esercitare un diritto di difesa. Certo, potrebbero scrivere a Facebook, ma si sentirebbero dire che hanno violato le policy d’uso. Potrebbero fare causa a Facebook, ma dovrebbero adire un tribunale statunitense (provate a controllare le condizioni d’uso…).

Sarebbe interessante saperlo perché quelli che, come me, da anni si battono per la neutralità della rete e per la libertà di internet, vorrebbero capire in cosa consiste effettivamente questa libertà. Anni fa ho scritto – ma sono stato uno dei tanti – che internet doveva essere protetta, perché attraverso internet si consentiva la piena partecipazione democratica e la diffusione di informazioni “scomode”, che non avrebbero trovato ospitalità altrove.

In fondo, ricordando Orwell, “La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire”. Valeva allora per la stampa, vale a maggior ragione oggi per internet.

Sicuri che Facebook consenta di dire alla gente – nel rispetto dei diritti di tutti –quello che alcuni non vorrebbero sentire (o, meglio, quello che alcuni vorrebbero non fosse detto)? Sicuri che quello che scrivevo dieci anni fa valga ancora oggi per Facebook?

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